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Kosava è il nome di un freddo vento balcanico che origina dai Carpazi e attraverso le Porte di Ferro dilaga fino all’Adriatico: metafora del male perverso che sconvolse l’allora Jugoslavia negli anni ’90 e che ora abbiamo rimosso, anche se da anni manteniamo truppe in Kosovo e la ricostruzione civile in Bosnia non è mai realmente avvenuta.

Il libro è complesso, si snoda per 25 capitoli che coprono gli anni dal 1992 al 1999 e scorre su tre livelli paralleli: le vicende di un gruppo di giovani di Sarajevo, una serie di ricostruzioni storiche e infine – in corsivo – alcune note autobiografiche su quanto l’autore ha visto quando era in servizio. Progetto ambizioso; eppure la narrazione scorre agile, integrata da mappe e foto che aiutano a districarsi nel caos balcanico originato dalla fine di quella Jugoslavia che Tito orgogliosamente descriveva: “Sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti, un partito”. Il libro inizia a Sarajevo nel 1992, quando la Repubblica di Bosnia-Erzegovina decide di staccarsi dalla Federazione Jugoslava, dopo che Slovenia e Croazia l’hanno già fatto l’anno prima senza troppi traumi. Qui conosciamo i nostri baldi giovani: Milan o Milo (serbocroato di Knin), Vesna (croata di Vukovar), Vesely (di Mostar), Alex (musulmano di Sarajevo), Anja (croata zaratina), Miriam (musulmana di Sarajevo), Branko (serbo), Vlady (serbo di Belgrado), Jadranka (kosovara musulmana di Pristina), Ivan (fratello di Milo). Tutti amici o fidanzati tra di loro, prenderanno strade diverse, tragiche, intrecciando e loro vite con la storia di una barbara guerra civile. Questo mi ricorda proprio un film jugoslavo, Okupacja u 26 slika (L’occupazione in 26 quadri), dove tre giovani amici – un croato, un italiano e un ebreo – seguono strade diverse dopo che nel 1941 Ragusa viene occupata (1). Anche qui i personaggi sono di fantasia, ma verosimili. Seguirne le vicende non è facile (sono una decina!), intrecciate come sono nella brutale, confusa storia balcanica degli anni ’90: gli uomini si arruolano nei rispettivi eserciti o milizie, mentre le ragazze seguono strade più tortuose: Vesna, infermiera a Vukovar, viene stuprata dai miliziani serbi (nel 1991 l’esercito croato quasi non esisteva) ma li denuncia; Anja e Miriam sopravvivranno nella Sarajevo assediata per tre anni (la città fu liberata dalla NATO nel 1995), Jadranka andrà a Pristina ma solo per trovare una situazione peggiore (in Kosovo i Serbi rifecero lo stesso errore di ripetere in piccolo la Grande Serbia). Ma lasciamo al lettore il piacere della sorpresa

Se le vicende dei nostri giovani sono intricate, la descrizione degli avvenimenti storici è invece molto chiara: ordinata cronologicamente per paragrafi, rende quasi comprensibile una storia quanto mai complicata. Ma non è un’asettica sinossi scolastica: il nostro generale non fa sconti a nessuno, neanche alla civile Europa che è intervenuta tardi e male. La guerra civile è stata brutale, al di là di ogni standard di civiltà, combattuta da quattro eserciti regolari e un numero imprecisato di milizie canaglia al di fuori di ogni controllo (2). Tito aveva costruito uno stato rispettato da tutti, mentre i vari Tudjman, Izbegovic’, Milosevic’ e Karadzic’ hanno cercato solo di creare impossibili nazioni omogenee, purificate attraverso ‘pulizie etniche’ (3), che hanno anche aperto gli occhi di noi italiani sull’esilio istriano e dalmata. Anja, uno dei personaggi di finzione, è di Zara e attraverso di lei ricostruiamo la storia della sua famiglia, che è poi quella – sorpresa! – del generale Di Grazia.

E con questo passiamo al terzo livello del libro: le memorie personali del generale, il quale ha avuto dal 1991 al 1999 una serie di incarichi di responsabilità nelle zone toccate dal conflitto. Tutti noi lo ricordiamo quando nel 1996 appariva in tv parlando dal comando della brigata „Garibaldi“ a Sarajevo. Ma è stato anche capo ufficio operazioni della inadeguata ECMM (Missione di monitoraggio della Comunità Europea) che doveva controllare gli accordi tra serbi e croati ed è stato addetto militare a Belgrado nel 1999, sotto le bombe anche nostre (4) : per un’alchimia tutta italiana, la nostra ambasciata non ha mai chiuso i battenti. Il nostro generale ha aspettato la pensione per dire la sua, ma è un testimone onesto: scrive solo di quello che ha visto di persona. E ne ha viste di tutti i colori: a Brcko e Velika Kladusa (Krajina) i Serbi non permettono ispezioni nelle zone contese tra Croazia e Bosnia; nel 1996 visita il campo di concentramento di Omarska, teatro di stupri e violenze di ogni genere; descrive le distruzioni di Vukovar, città martire croata nel 1991 ma martire serba nel 1995 (nell’ex-Jugo vittime e carnefici si scambiano spesso le parti) ; nel 1995 viene accolto a Zara come un doge veneziano, mentre a Sarajevo l’aereo deve scendere in picchiata per evitare i cecchini appostati sulle alture (egli.  ispezionerà il „viale dei cecchini“ ad assedio finito, nel 1996). Ispeziona la zona del mercato di piazza Markale dopo la strage (con i giornalisti già sul posto!), per dedurne che non si trattava di un colpo di mortaio ma di una bomba messa di proposito. Riesce a parlare con ambienti vicini ai mujaheddin, i miliziani musulmani stranieri venuti in aiuto di Izbegovic, verso i quali prova un’istintiva diffidenza, ed ora sappiamo di averla scampata bella (5). Non crede alla morte del comandante Arkan o almeno ha ancora qualche dubbio (forse è esfiltrato come Pavelic’). Descrive il tunnel che dall’aeroporto di Sarajevo conduceva alla città e ne permetteva il rifornimento, e che può vedere solo quando diventa vicecomandante del contingente italiano e responsabile di una delle JMC (Joint Military Committee, Commissioni militari miste); descrive il palazzo distrutto del giornale Oslobodjenje (libertà), che continuò fino all’ultimo a informare la gente. Discute spesso con generali serbi peraltro intelligenti ma tarati dall’ossessione della Grande Serbia, mentre invece a Knin i Croati negano che esistano le Krajine (all’origine: marche di frontiera abitate da soldati-contadini serbi). Ma le menzogne si sprecano, soprattutto quando – mappe alla mano – non si capisce dove siano finite centinaia di abitanti registrati in precedenza ma fuori del conto dei profughi: fosse comuni ne salteranno fuori per decenni. Descrive il ponte di Mostar distrutto, simbolo per secoli della convivenza etnica; discute le responsabilità della strage di Srebrenica voluta dal generale serbo Mladic’ (1995), affermando che, anche se i caschi blu olandesi hanno fatto male il loro lavoro, le regole d’ingaggio ONU erano troppo vincolanti (p.es. permettevano l’autodifesa ma non il combattimento), ben diverse da quelle della missione IFOR della NATO, che solo in quel di Sarajevo distrugge 20.000 tonnellate di munizioni. Quelli del nostro generale sono tutti incarichi delicati, del cui funzionamento poco o nulla sapevamo ed ora vediamo descritti dall’interno. Nell’ultima parte del libro gli Italiani proteggeranno i Serbi che lasciano Grbavica, il loro quartiere di Sarajevo: ormai hanno perso, anche se Milosevic’ ci riproverà in Kosovo, dimostrando di non aver capito niente e attirandosi le bombe della NATO. E proprio a Belgrado si consumerà a fine secolo l’ultimo atto della tragedia iniziata dieci anni prima.

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Titolo : Kosava. Vento di odio etnico nella ex Jugoslavia da Tito a Milosevic
Autore: Biagio Di Grazia
Editore: ilmiolibro self publishing
Collana: La community di ilmiolibro.it
Editore: Pubblicato dall’Autore, 2016
Pagine:264

ISBN 8892312200
EAN 9788892312203

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NOTE
(1) https://www.youtube.com/watch?v=oHmSX9Z-5B0&spfreload=10 Il film è del 1978, opera del regista croato Lordan Zafranovic’. L’ho visto in un festival, ma non ha mai circolato in Italia. Ora per fortuna è su Youtube.

(2) L’Armata popolare federale (JNA), l’esercito della neo Repubblica di Bosnia, quello della Repubblica Srpska, più quello della Repubblica croata dell’Erzeg Bosnia. Difficile fare invece il conto delle milizie, armate e finanziate neanche di nascosto dai vari attori politici.

(3) Pulizia etnica significa trasformare una minoranza relativa in maggioranza assoluta cacciando tutti gli altri. Il termine appare negli anni ‘90.

(4) Ufficialmente i nostri Tornado erano ricognitori fotografici

(5) http://www.nytimes.com/2009/06/24/world/middleeast/24saudi.html

 

 

 

 

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