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In Cina, in occasione del secondo forum per la Belt and Road Initiative (la Nuova via della seta), il Presidente del consiglio italiano ha incontrato il Presidente egiziano al-Sisi per saggiare la volontà delle autorità egiziane nel giungere alla verità sull’assassinio di Giulio Regeni nel 2016.

L’incontro è stato ritenuto incongruente dal Presidente del consiglio italiano e non si è ritenuto opportuno porre alla discussione delle iniziative di pressione verso il governo egiziano. È difficile per l’Itala porre delle condizioni ad uno stato con il quale si fanno degli affari. Minacciare di sospendere l’estrazione di gas dal più ricco giacimento del Mediterraneo denominato Noor, specialmente se la Francia è pronta a subentrare all’Eni con la Total, o interrompere le forniture di armi non è pensabile, non solo perché la Francia sopperirebbe, ma perché per l’Egitto è meglio tenere al-Sisi, con le sue visioni di grandezza, che rischiare il caos e la destabilizzazione dell’area, come dimostra l’interminabile mediazione che si svolge tra la componente palestinese di Hamas a Gaza e il governo israeliano. Armare al-Sisi non è solo un business, ma anche un rischio che le armi possano arrivare al generale Haftar impegnato a spodestare da Tripoli il governo di Sarraj riconosciuto dall’Onu e ufficialmente anche dall’Unione europea.

La situazione egiziana e libica evidenzia le manchevolezze dell’Unione europea nell’ambito di una politica estera comune, come anche l’incapacità di chiedere spiegazioni sulla morte, al Cairo, di un cittadino italiano quale era Giulio Regeni.

Quella egiziana è una di quelle aree dove convergono numerosi interessi e dove le diplomazie di varie nazioni possono ufficiosamente dialogare anche su altre crisi. Una situazione che non permette all’Europa di fare pressione sul governo egiziano per chiedere giustizia, evitando anche di sostenere l’Italia nel chiedere la verità sulla fine di Regeni.

Gli interessi economici e geopolitici si scontrano con la giustizia, ma il parlamento non è il governo e sotto la sollecitazione del Presidente della Camera Fico ecco l’istituzione della Commissione d’inchiesta Regeni.

Una fievole speranza per dipanare il groviglio di depistaggi egiziani viene anche da un testimone occasionale che coglie il dialogo in arabo tra un funzionario della National security egiziana che ha partecipato al “prelevamento” di Giulio Regeni, perché sospettato di essere “una spia inglese”, ed un’altra persona.

Il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e il sostituto Sergio Colaiocco, considerando la testimonianza attendibile, hanno inoltrato una nuova rogatoria al Cairo.

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