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di Enrico Campofreda
Sami Shajor e Shahed Ghafar, gli artisti della denuncia

Incalza il ritmo rap, come in qualunque periferia del mondo. Ma i ragazzi che si muovono, rimano in dari e raccontano storie di ordinaria oppressione, a Herat e in altri angoli afghani sottoposti all’occupazione occidentale, denunciano misfatti interni e d’importazione. Quest’ultimi ci riguardano come nazione, perché l’Italia conserva in quella provincia militari fra le truppe Nato, nella “missione di pace” per undici anni definita Isaf e ora diventata Resolute support. Per far cosa? non si sa, se non per acquiescenza ai presidenti statunitensi (Bush jr, Obama, Trump) che da diciassette anni mantengono marines e contractor su quelle terre. I ritmi di Sami Shajor, i testi di Shahed Ghafar inchiodano queste presenze che hanno fallito su ogni fronte: combattere il fondamentalismo, impedire la corruzione politica, introdurre la democrazia, risollevare la condizione femminile. Niente di tutto questo è stato fatto dai militari Nato che uccidono civili, e talvolta cadono vittime essi stessi in imboscate e attentati.

Un progetto senza senso, se non quello di congelare la vita di milioni di cittadini, impedendone un futuro diverso da quello che prospettano talebani e Signori della guerra. I primi sono uomini, donne, vecchi e bambini da salvare, i secondi sarebbero i nemici da combattere. Invece tutto s’è invertito e da anni i civili sono gli obiettivi colpiti, di proposito o per caso; i fondamentalisti diventano interlocutori o alleati con un cinismo degno del peggiore realismo politico. Stringono i pugni i ragazzi della band musicale, nati peraltro nei campi profughi iraniani, ma desiderosi di tornare nei luoghi da cui i genitori erano stati allontanati dalle bombe. Con coraggio son rientrati in quella storica città, ritrovando le case d’un tempo oppure no, ma con la convinzione che quello era il loro posto, quella la storia, dolorosa ma imprescindibile con cui misurare il senso del destino. Artisti della denuncia, di una rabbia che ha ragione d’esistere contro la sporca guerra che opprime tutti, contro chi mantiene un Paese che ama gli aquiloni sotto la minaccia dei missili e le esplosioni dei fanatici della religione.

Pubblicato 15 marzo 2018
Articolo originale
dal blog Incertomondo
nel settimanale Libreriamo

 

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