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Bin Salman e il fantasma del palcoscenico

Riconversione dei petrodollari in divertimenti e, a suo dire, in cultura. Così l’erede al trono saudita, Bin Salman, che da oltre un anno sta scuotendo la monarchia del Golfo, cerca di conquistare cuori e casseforti occidentali. Certuni li ha aperti, ad esempio quelli e quelle del miliardario britannico Richard Branson entusiasta del progetto di creare villaggi vacanze extra-lusso in varie isole del Mar Rosso. Il delfino Saud rilancia l’ambizioso programma “Vision 2030” con 64 miliardi di dollari d’investimento nel settore del tempo libero, dunque cinema, teatri, sale concerti dove attirare, sempre a suon d’ingaggi da Mille e una notte, stelle occidentali. C’è chi ha già risposto: Bocelli e Le Circ du Soleil, saranno in tournée come hanno già fatto il rapper Nelly e il cantante di raï Cheb Khaled.

Negli orizzonti del principe che s’occupa di politica nazionale ed estera, di geostrategie ed economia, di diplomazia e costumi non poteva mancare l’occhio alla modernizzazione volta a diversificare il Pil nazionale incentrato sullo ‘Stato redditiero’ a sola produzione energetica. Ma accanto al percorso finanziario, che risulta una mossa realista cui agganciare un modernismo che fa da contrappeso alle keffie della tradizione, dunque: donne al volante e negli stadi, spettatrici di eventi sportivi in cui gli sceicchi sentono odore di nuovi affari, osservatori del mondo arabo vedono solo desiderio di potenza. Tutto sarebbe funzionale al progetto egemonico saudita sul Medio Oriente, nel sempre più aspro confronto-scontro con Iran, Turchia, Pakistan, i contendenti per quella fetta di mondo.

Su cui ovviamente i grandi della terra, imperialisti vecchi e nuovi, continuano a conservare mire per interessi, controllo, alleanze che si misurano a suon di conflitti ufficiali e striscianti. I mirabolanti investimenti, che dovrebbero introdurre mutazioni nelle abitudini e nella vita sociale dell’antica penisola islamica, continueranno a convivere con la conservazione e quel che più inquieta: il fondamentalismo di predicatori wahhabiti per nulla limitati dai piani del principe ‘innovatore’. E il Paese del petrolio, mentre si rifà il trucco e carezza artisti e cultura occidentali, proprio grazie a re e principi di casa continua ad armare guerre come in Yemen, in Siria e finanziare miliziani jihadisti. E’ questo lo spettro che s’aggira sui palchi prossimi-venturi del Golfo.

Enrico Campofreda
Pubblicato 23 febbraio 2018

Articolo originale
dal blog Incertomondo
nel settimanale Libreriamo

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