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“Il desiderio che uno scrittore ha di anonimato-oscurità è la seconda dote più importante che gli sia stata affidata”

John Salinger.

 

editoria-la-vita-e-un-romanzo-elena-ferranteLaureato in filologia romanza, ho seguito con curiosità l’indagine condotta da Il sole 24 ore per scoprire l’identità di Elena Ferrante, la misteriosa quanto brava scrittrice. Premetto che per me chi scrive romanzi ha il diritto di scegliersi uno pseudonimo, quindi non provo morbosi interessi verso la vita privata degli scrittori. Piuttosto, mi sento spiazzato dai nuovi metodi della critica letteraria: non più analisi filologica del testo come ai bei tempi della laurea, ma verifica fiscale su bollette, parcelle dell’editore, rimborsi di viaggi, fatture di alberghi e atti di compravendita di case al centro. Esattamente quello che ha fatto Claudio Gatti, guarda caso giornalista investigativo del più autorevole quotidiano economico italiano. Anche se dice di essere entrato nei personaggi e nella storia, in realtà si è comportato come un ispettore di Equitalia o dell’Agenzia delle entrate. E come nelle indagini di mafia e terrorismo, bisogna sempre seguire i soldi, anche se da noi sono pochi gli scrittori che diventano ricchi con quello che scrivono.

In realtà non è il primo caso di “critica letteraria fiscale”. Non so se ricordate la storia di E.T. LeRoy e del suo fortunato libro, Ingannevole è il cuore sopra ogni cosa, da noi uscito nel 2002 per i tipi di Fazi. Era l’autobiografia di un adolescente drogato e stuprato, figlio di una prostituta minorenne abusata. Quel povero disgraziato si era rivolto a una coppia di musicisti falliti ed era poi stato recuperato alla vita sociale attraverso una lenta terapia analitica, che infine lo ha spinto a scrivere la sua storia. Ebbene, E.T. LeRoy non esisteva affatto, ma era stato creato ad arte da due vecchie volpi, Laura Albert e Geoffrey Knoop, i due musicisti falliti che nel libro lo adottano e lo portano in terapia dal dottor Terrence Owens. La truffa fu scoperta dal New York Times, ma non dai suoi scaltriti critici letterari, ma dall’ufficio amministrativo: dai conti dell’albergo parigino dove lo scrittore e i suoi due fedeli accompagnatori erano stati inviati come corrispondenti… mancava una persona!

Detto questo, perché gli scrittori scelgono un nome d’arte e si fingono altri? “Elena Ferrante”, non è nata a Napoli, ha l’età mia (eravamo studenti del liceo Tasso) e vive da sempre a Roma. L’ho apprezzata sempre come traduttrice dal tedesco e almeno di vista la conosco da anni. Capisco benissimo il suo desiderio di vivere in pace o di compiacere il suo editore e immagino che Frantumaglia, 376 pagine di appunti autobiografici, sia soltanto un mosaico di invenzioni. Lo scrittore è bugiardo di natura e l’autobiografia è il genere letterario forse meno attendibile di tutti.

Azzardo però una differente ipotesi per le false identità letterarie. Sempre che l’anonimato non sia suggerito dalla sicurezza personale, la scelta dipende da altri fattori: il desiderio di mantenere la vita privata lontana da intrusioni, ma soprattutto la libertà di potersi proiettare in altre vite, di poter esplorare nuovi mondi, di poter essere qualcos’altro. E’ il meccanismo tanto bene espresso dal regista Kieslowski ne La doppia vita di Veronica e volgarizzato da altri in Sliding doors.

Resta da capire però quali siano invece le aspettative del pubblico. Per conto mio la letteratura è il modo di vivere tante vite, ma troppa gente si aspetta l’aderenza tra vita e arte, come si diceva una volta. I romanzi di Elena Ferrante sono ambientati a Napoli, quindi l’autrice doveva essere napoletana e povera, altrimenti non era credibile. Ricordate il caso di Amina, la blogger siriana lesbica che mandava messaggi solo in inglese? Chi l’aveva creata a tavolino si giustificò dicendo che un partigiano maschio ed eterosessuale non sarebbe stato credibile. Lì era propaganda, ma se parliamo di letteratura, realismo e realtà non devono necessariamente coincidere. Ma la gente comune è ormai così abituata alla televisione che pretende l’aderenza al reale anche nei romanzi, salvo poi lacrimare per serie televisive irrealistiche e melodrammatiche. E come se poi la televisione fosse la realtà.

 

 

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